Sud Sudan, parla Matteo Perotti: «L’emergenza Covid 19 un incubo per una popolazione già stremata»

Dal 2011 il laico missionario Matteo Perotti, originario della parrocchia di Sant’Agata a Como, opera nella Diocesi di Wau in Sud Sudan continuando il pluriennale impegno della Caritas diocesana nel sostegno alla popolazione sud sudanese. Quotidianamente supporta e si occupa della crescita umana e formativa di decine di giovani studenti della facoltà di Agraria dell’Università cattolica locale, insegnando matematica. È inoltre docente in una scuola superiore dei Padri gesuiti sempre a Wau.
Le condizioni di vita del Sud Sudan sono tuttora critiche e la popolazione fatica a sopravvivere, in particolare per quanto riguarda la sussistenza alimentare.
Un’altra sfida che impegna Matteo è aiutare i ragazzi più meritevoli, ma in condizioni economiche difficili, a portare avanti i costi scolastici. Al fine di supportare entrambi questi aspetti (alimentazione e costo degli studi) attraverso la figura di Matteo Perotti per il 2020 ci si propone di raccogliere 5mila euro nell’ambito dei progetti da sostenere nel periodo di Quaresima e di Pasqua 2020 messi a punto dalla Diocesi, dal Centro Missionario e dalla Caritas diocesana.

Tuttavia, alla drammatica situazione alimentare e umana, in questo periodo si aggiunge un’altra emergenza potenzialmente devastante: quella relativa al Coronavirus che, come testimoniano le recenti cronache, sta intaccando numerosi Paesi del Continente africano.

«Anche qui nella nostra regione, da alcune settimane stiamo affrontando l’emergenza Covid 19 e non nascondo la nostra grande preoccupazione». Con queste parole Matteo Perotti, raggiunto telefonicamente in Sud Sudan, ci descrive la situazione che sta vivendo. Una situazione che è anche all’attenzione della Chiesa italiana che, proprio in questi giorni attraverso la Cei ha predisposto un nuovo stanziamento per la lotta alla pendemia con aiuti per gli ospedali del Terzo mondo (5 milioni) e la formazione (un milione), per un totale finora stanziato di 22,5 milioni.

«L’Università e le scuole sono chiuse da due settimane – continua Matteo – Le frontiere, l’aeroporto di Juba (la capitale, ndr) e le strade sono chiuse completamente e soltanto i camion con cibo e carburante possono entrare dall’Uganda. Teoricamente da alcuni giorni i mototaxi, i mezzi più comuni di trasporto per chi abita in città, non possono più circolare; i minibus possono far salire solo metà dei passeggeri e i negozi di beni non essenziali sono costretti a chiudere».

Qual è la reazione della gente di fronte all’emergenza?

«Per il momento la direttiva è in vigore solo a Juba con grande resistenza della popolazione, che vede sempre più vicino lo spettro della fame. Uno dei ministri, con tono sprezzante, ha pubblicamente dichiarato che è meglio che la gente muoia di fame piuttosto che di Coronavirus, suscitando commenti fortemente negativi».

Anche a Wau la situazione rischia di peggiorare…

«A Wau, la seconda città del Paese per numero di abitanti, la direttiva non è ancora stata implementata, perché le resistenze sono state anche più forti e non esiste un governo locale. Ricordo che attualmente i governatori dei 10 Stati che compongono la regione (dal 2017 l’intero Sudan del Sud è costituito da 33 Stati, ndr) non sono ancora stati nominati, perché i contendenti/partner non trovano un accordo politico ed economico. Le chiese e le moschee sono chiuse da venti giorni e tutte le messe sono annullate, così come funerali e celebrazioni varie».

Sul fronte sanitario come si sta affrontando l’emergenza Coronavirus?

«All’ospedale si sta lavorando per prepararci al peggio, anche se non sappiamo se e quando ciò avverrà. Alcuni esperti sostengono, in disaccordo con l’OMS, che il clima è troppo caldo per un’esplosione locale. Indubbiamente da giorni abbiamo oltre 40°C (41-42°) con un sole bollente ed è durissima per tutti resistere, compreso il sottoscritto. Speriamo che anche il Coronavirus stramazzi».

Per il momento sono stati segnalati casi nel Paese?

«Sarà difficile trovarne, visto che non vengono fatti test! Sembra che ci fossero soltanto 400 kit nel Paese 15 giorni fa! La principale indicazione fornita alla gente è di lavarsi le mani frequentemente. Tuttavia, poiché tutti bevono dallo stesso bicchiere e mangiano con le mani dallo stesso piatto, questo semplice consiglio lascia il tempo che trova».

Dopo lunghi anni di guerra civile il Paese è stremato anche se a un passo dalla pace. Ora la minaccia della pandemia…

«Nei campi degli sfollati la densità è ancora alta, anche se nettamente inferiore a qualche mese fa, perché alcuni sono tornati nelle loro case, incoraggiati dai progressi del processo di pace. Staremo a vedere cosa succede. Se l’epidemia arriva con violenza, non oso pensare alle conseguenze. È un incubo. Preghiamo tutti affinché questa prova possa essere risparmiata a un popolo già molto segnato dalla guerra e dalla fame».

A cura di Claudio Berni

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