Le radici teologiche della carità

24 gennaio 2015 – La XII Assemblea diocesana Caritas che andiamo a vivere a Nuova Olonio il prossimo 14 febbraio ci aiuterà a riscoprire il ruolo centrale della comunità parrocchiale nella programmazione e nell’azione di carità di un gruppo Caritas.

Abbiamo voluto questo momento di approfondimento per capire e per far sì che l’azione della Caritas in una parrocchia non si riduca a un momento organizzativo o a delle semplici azioni di carità spicciola. E credo che per attuare questo cambiamento abbiamo bisogno di riscoprire le radici teologiche della carità.

È interessante per questo riflettere sul cammino di carità che la nostra Chiesa diocesana sta vivendo all’interno della parrocchie.

Una prima riflessione da fare è legata al cammino di carità che è sempre stato presente nella nostra Chiesa diocesana, ma che ha sempre creato dibattito e – specialmente nel nostro tempo – anche qualche divisione. Ci sono, infatti, dei pensieri contrastanti sulla carità; in ogni comunità c’è chi pensa che la carità sia un dovere e c’è chi pensa che sia un esercizio di buonismo. Ciò avviene anche perché la dimensione della carità è sempre stata collocata nell’ambito di riflessione della teologia morale legata all’ambito personale, più che in quello ecclesiologico.

Questo aspetto ha fatto sì che nelle nostre parrocchie si vive la carità non come stile di vita comunitario, ma come una serie di azioni continuative o episodiche di dono, di beneficenza che sono date in delega a gruppi specifici o a singole persone.

Una seconda riflessione parte dal passo del Vangelo di Giovanni: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.” Questo passo ci dona la visione della carità che va vissuta come conseguenza dell’amore trinitario, amore che si rivela all’uomo nella sua pienezza attraverso l’incarnazione. È Cristo che, assumendo pienamente l’umanità, risponde con il dono della sua vita ai bisogni dell’uomo.

La nostra Chiesa nella sua storia ha sempre avuto esempi personali importanti di esercizio della carità, ma non sempre ha fatto tesoro di questa ricchezza; l’azione di carità è stata messa in secondo piano rispetto alla struttura portante delle comunità che è basata più sui riti e sul diritto. La carità vissuta deve, invece, aiutare la Chiesa a incamminarsi sulle strade del mondo dando senso concreto all’azione liturgica e aiutando il diritto a confrontarsi con la realtà di oggi per far sì che l’amore trinitario che Cristo ci dona con la sua vita attraverso la Chiesa possa essere testimoniato e donato anche agli uomini e alle donne del nostro tempo.

Una terza riflessione parte dalla constatazione che nelle nostre parrocchie perdura un concetto di vita cristiana individualistica e privatistica e che, quindi, il raggiungimento della salvezza è un fatto prettamente personale. Questo atteggiamento ha condizionato e condiziona tuttora l’esercizio della carità che rimane nella sfera del privato – che rimane un’azione da sviluppare all’interno della comunità – e che quindi ci isola sempre di più (singoli e comunità ecclesiale) dalla storia degli uomini del nostro tempo.

Un rischio concreto che le nostre comunità stanno correndo è quello di far prevalere una visione ecclesiocentrica che condiziona in senso negativo il nostro agire, che porta la nostra comunità ecclesiale, anziché a servire e ad amare l’uomo, ad amare e servire se stessa.

Il Papa ci mette in guardia di fronte a questo rischio, quando nella Evangelii gaudium ci richiama sulla mondanità spirituale che spesso ci porta a una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa a scapito della reale inculturazione del Vangelo nel popolo di Dio.

Credo che dovremmo con più convinzione riprendere la Gaudium et Spes, che aveva decisamente rovesciato questa prospettiva privatistica, e aveva evidenziato come non è il consolidamento e la buona organizzazione della Chiesa a garantire una sua valida e significativa presenza nel mondo, ma “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini… dei poveri soprattutto e di tutti colore che soffrono.”

Mi auguro che il nostro ritrovarci in assemblea possa aiutarci in questa ampia riflessione, non soltanto per rinnovare e radicare la Caritas nelle nostre parrocchie, ma soprattutto per dare un contributo attivo alla nostra Chiesa diocesana, perché possa essere sempre più strumento di evangelizzazione tra la gente del nostro tempo.

Roberto Bernasconi, direttore della Caritas diocesana di Como