“Farsi prossimo” nel silenzio della notte

18 giugno 2014 – Questo tempo molto difficile, in cui sembra che le giornate di 24 ore siano troppo corte per poter affrontare tutte le situazioni di disagio che mi si presentano, attraverso l’accoglienza di persone che avvicino e che sono portatrici di povertà consolidate sul territorio – ma anche di povertà nuove che vengono alla ribalta attraverso le persone che noi indichiamo come profughi e che quasi settimanalmente arrivano nelle nostre comunità – vi posso assicurare che diventa per me tempo prezioso, perché mi permette non solo di aiutare concretamente persone in difficoltà, ma perché mi dà anche la possibilità di riservarmi ampi spazi di riflessione e di approfondimento sul genere umano e sul cammino che sta compiendo nel nostro tempo.

Questi spazi ultimamente li ricavo per lo più di notte quando la nostra città, finita anche la movida, si fa silenziosa e dormiente e a me capita, con pochi fortunati, di vegliare in attesa di chi deve arrivare.

Mi viene naturale pensare alla veglia di Betlemme. Anche lì tutto si compì nella notte, ed è nel silenzio, nel nascondimento e quasi nell’imbarazzo dei benpensanti che la notte è valutata il momento più propizio per accogliere chi dopo lunghi giorni di viaggio avventuroso approda tra di noi in cerca di una nuova possibilità di vita.

Questi nostri fratelli giungono stanchi, affamati, sporchi e sopravvissuti a una probabile morte; ma l’umiliazione più grossa che ricevono è questo arrivo in mezzo a noi come se fossero ladri pronti a carpirci tutto quello che noi crediamo di possedere per diritto… Nell’ultimo arrivo all’aeroporto siamo riusciti anche a dividere le mogli dai mariti destinando gli uomini a Pavia e le donne a Como.

Poi, quando il lavoro sporco è compiuto, quando il pianto disperato di queste donne è finito, perché non hanno più neanche la forza di piangere e quindi si arrendono all’evidenza dei fatti, alla stupidità di qualche funzionario che si ripara dietro la burocrazia, la città si sveglia e si accorge di avere tra i suoi abitanti delle persone nuove e incomincia ad avere paura.

Ed è bello vedere come si maschera questa paura, si trovano tutta una serie di giustificazioni e di consigli su come deve essere affrontata l’accoglienza e spicca come perla preziosa il consiglio a questi nostri fratelli che l’accoglienza in un Paese civile ha un prezzo, devono lavorare e sodo per pagarsi questa accoglienza che a noi costa soldi e tranquillità.

Allora, a me viene nostalgia della notte, del suo silenzio che unisce quei pochi fortunati che vegliano: volontari e uomini e donne funzionari dello Stato, e che ognuno nel proprio ruolo è pronto ad accogliere e ad asciugare lacrime e a farsi prossimo di questa umanità sofferente.

Roberto Bernasconi, direttore della Caritas diocesana di Como