Lampedusa, la tragedia e la speranza

10 ottobre 2013 – Di fronte alla recente, immane tragedia – la più grave accaduta nelle acque davanti all’isola di Lampedusa – il cuore e la mente sono annichiliti. Le parole non sono sufficienti a esprimere il grido di dolore davanti a tanti morti. Presto si fa spazio il silenzio, prevale il desiderio di pregare.

Questa strage di migranti – uomini, donne, bambini in fuga dalla guerra e in cerca di una vita più dignitosa da vivere – è l’ultima (ma ogni giorno nuovi drammi si aggiungono senza tregua) di una lunga serie che in questi anni i media ci hanno fatto conoscere. Una lunga serie, appunto. Tanto lunga e ripetitiva che – come spesso accade per altri fatti di cronaca – ci ha resi assuefatti, insensibili, distratti. Di fronte a numeri, statistiche, immagini, polemiche, responsabilità rimpallate a destra e a manca, abbiamo perso di vista il vero problema: la capacità di vedere in quei naufraghi persone in cerca di aiuto. E come tali, da accogliere e da ospitare senza esitazione.

Non a caso ho parlato di polemiche e di responsabilità. In queste ore si dibatte sul ruolo delle istituzioni, sulle carenze legislative, sulle decisione non prese, sull’Italia lasciata sola da un’Europa cieca e sorda e via elencando. Vero. Ma scaricare su altri colpe e mancanze non deve essere un modo per non guardare dentro noi stessi e domandarci una volta per tutte chi è il nostro fratello sofferente, quanto siamo disposti ad ascoltarlo e ad accoglierlo nelle nostre comunità, nelle nostre case, nelle nostre fabbriche, nelle nostre parrocchie.

Ognuno di noi è responsabile di se stesso ma anche del suo prossimo e questa responsabilità va giocata in prima persona. Evitando di delegare sempre ad altri compiti e doveri che invece vanno condivisi.

Sono certo che la tragedia di Lampedusa – quel lembo di mare e di terra tanto caro a Papa Francesco – ci ha reso sicuramente più sensibili di fronte al dramma dei migranti e dei rifugiati.

Ma essere più sensibili non basta. Il passo successivo è cambiare mente, cuore, abitudini di vita, saper fare delle rinunce e – perché no? – ridare vigore al ruolo propositivo dei cristiani negli ambiti della politica e dell’economia. Che devono sempre essere – non dimentichiamolo – al servizio dell’uomo e soprattutto dei più deboli. La cui speranza non deve essere tradita dalle nostre disattenzioni, dai nostri egoismi e dalla nostra ipocrisia.

Roberto Bernasconi, direttore della Caritas diocesana di Como