Ripartiamo dalla carità

1 settembre 2013 – In questo periodo dell’anno di apparente calma, l’ordinarietà delle attività quotidiane ti danno la possibilità di trovare degli spazi di tempo per la riflessione permettendoti di riappropriarti pienamente delle vere motivazioni che ti portano all’impegno quotidiano di esercizio della carità.

E questa riflessione alla ricerca delle motivazioni mi ha aiutato a ritrovare un tesoro che è presente in abbondanza nelle nostre comunità ma è tenuto nascosto, come se ci vergognassimo di possederlo: il tesoro della laicità.

È questa responsabilità e disponibilità di tanti laici nelle opere di carità che permettono l’operatività, l’efficienza e l’efficacia del servizio. Tante persone spendono professionalità e tempo nel servizio alle persone: questo ci ricorda che i nostri servizi sono innanzitutto occasione di incontro, questo è un tesoro che noi offriamo alle nostre comunità, l’opportunità di incontri con persone, uomini e donne che attraverso la loro testimonianza di vita ci ricordano quale è la missione vera di un cristiano laico all’interno della comunità ecclesiale e del mondo: quella di testimoniare attraverso la propria esperienza di vita l’amore di Cristo per tutti gli uomini.

Sto pensando alle tante persone con cui condivido il cammino in Caritas, operatori, volontari e le tante persone che ci chiedono aiuto. Tutti questi hanno il coraggio di mettere in comune la loro esperienza di vita, ma anche le fatiche, le sconfitte, le cadute, la solitudine, le aspirazioni, i desideri, e tutta questa condivisione sta alla base di una riflessione seria sull’uomo, sui suoi bisogni materiali ma soprattutto sui bisogni spirituali.

L’esperienza della condivisione della vita ci fa capire quale è l’elemento centrale che ci fa aderire pienamente al cammino di sequela a Cristo; questo elemento è sicuramente la persona umana che dà testimonianza della propria condizione, del proprio stato di vita all’interno della comunità ecclesiale e nel mondo.

Di donne e uomini così, attraverso la mia esperienza, ne ho trovato tanti, tutte quelle persone laiche che attraverso il servizio della carità si avvicinano in modo concreto all’uomo, donano in questa vicinanza soprattutto la loro umanità, la loro esperienza di vita, e in questa esperienza donata c’è la testimonianza oltre che di amicizia umana di un rapporto più approfondito con Dio.

La prima consapevolezza che un laico deve avere – e che non è così scontata – è quella dell’importanza della sua condizione di laicità per una vita di fede. Un cristiano laico non è assolutamente un cristiano di seconda categoria. Il Concilio ci dice (Gaudium et Spes): “Ai Laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali…”. Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di iscrivere la legge divina nella vita della città terrena.

È indispensabile, allora, il recupero per un laico, assieme alla familiarità con la parola di Dio, la familiarità con la propria vita, con tutte sue le espressioni e i suoi ambiti.

Le nostre comunità – ma anche noi – troppo spesso riteniamo queste due componenti della nostra vita, spiritualità e mondanità, come due elementi separati e con compiti diversi. La sfera dello spirituale è quella che usiamo per estraniarci dalle problematiche della quotidianità avendo come intenzione di creare un rapporto più stretto con il trascendente, è quella che ci fa star bene, che ci gratifica, e in questa gratificazione ci sta anche il servizio di carità; le cose del mondo (famiglia, professione, politica, sociale, economia…) non centrano assolutamente con il nostro rapporto con Dio e con la comunità, non li riteniamo fondamentali per la nostra vita cristiana.

In questi anni abbiamo vissuto un impegno laicale all’interno della comunità ecclesiale sempre più assolutizzante nel vivere servizi a favore della comunità in ambito liturgico, di catechesi e di animazione ludica, servizi pur importanti, ma che hanno visto i laici sempre più subordinati a bisogni veri o presunti delle comunità e che hanno distolto le tante persone impegnate in questo alla testimonianza vera della loro laicità a servizio della comunità e del mondo.L’esperienza del cammino di carità ci fa capire l’importanza della operatività della concretezza delle esperienze di vita nella sua quotidianità. Noi troppo spesso parliamo e ci formiamo alla vita di famiglia ma non viviamo l’esperienza di famiglia; noi troppo spesso parliamo e ci formiamo di sociale e politico, ma non viviamo come singoli e come comunità questa dimensione fondamentale per la vita dell’uomo; noi quasi sempre ci adeguiamo alle leggi economiche vigenti e non siamo capaci – pur avendo degli elementi dottrinali e scientifici – di praticare la strada che ci faccia uscire dalla logica del puro profitto; noi siamo a parole per la pace, ma poi anche al nostro interno non siamo capaci di accettare l’altro, chi la pensa diversamente da noi; noi spesso diamo per carità quello che spetta per giustizia.

C’è un motivo di speranza che sostiene il nostro cammino anche in un momento così difficile per l’umanità e per la nostra Chiesa che di fronte alle difficoltà del tempo presente tende a rinchiudersi nelle sue certezze proponendo un percorso spiritualistico e normativo: la speranza è la forza dirompente dell’umanesimo evangelico di Gesù che attraverso la sua esperienza di vita concreta ha ridato dignità all’uomo e alla sua vita, ai suoi rapporti.

Penso, allora, che l’esperienza di servizio e di carità è sì saper donare e condividere beni a chi ha dei bisogni materiali, ma è soprattutto esperienza di fede che nasce dall’affidamento fiducioso al Signore che ci mette sulla strada l’uomo nella sua quotidianità; è, altresì, riscoperta di una vera comunità non ingessata da ritualismi o da dogmi, ma viva, reale, concreta nel tempo e nella storia in cui la vita del quotidiano delle persone che la compongono deve diventare sempre di più il terreno in cui seminare il germe delle Parola, perché diventi davvero il Pane con cui gli uomini possano sfamare la loro fame di giustizia, e possano trovare la via per un mondo migliore.

Roberto Bernasconi, direttore della Caritas diocesana di Como