Dobbiamo essere testimoni di umanità

20 aprile 2013 – Ho partecipato nei giorni scorsi al 36° Convegno nazionale delle Caritas diocesane a Montesilvano (PE). L’incontro durato tre giorni e di particolare interesse, dal titolo “Educare alla fede per essere testimoni di umanità”, ha permesso a tutti i delegati delle Caritas diocesane italiane di “fare il punto” sul nostro agire svolto in questi anni e di tracciare il cammino per i prossimi mesi.

Difficile sintetizzare in poche righe gli interventi dei vari relatori, tra cui sacerdoti, teologi, rappresentanti delle Caritas (non solo italiane ma anche di altri Paesi), studiosi e giornalisti.

Mi preme però riportare uno stralcio della prolusione di monsignor Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi, presidente della Commissione episcopale per il servizio della Carità e la salute e presidente di Caritas Italiana.

«… Sicuramente questo tempo ci impone di verificare in nostro essere Chiesa, il nostro modo di intendere il servizio delle Caritas nei diversi territori, le nostre modalità di sviluppare percorsi educativi per le nostre comunità e – in particolare – verso i giovani, per i quali auspichiamo tra l’altro che sia aumentata l’attenzione per il servizio civile che deve essere adeguatamente finanziato per non ridursi ad esperienza di pochi.

Inoltre dobbiamo verificare il nostro vivere la funzione di coordinamento con le altre realtà ecclesiali, la nostra capacità di essere testimoni veraci del Vangelo e interlocutori delle istituzioni coerenti nel difendere i diritti dei poveri, soprattutto quelli privi di diritti formali e riconosciuti, affinché “non sia dato per carità ciò che è dovuto per giustizia”.

Tutto questo ci impone di intensificare, in forme sempre più rispondenti ai tempi e ai nuovi bisogni, la già capillare rete di prossimità, di incontro, di ascolto, di intervento: a livello diocesano anche promuovendo la costituzione della Caritas in tutte le Parrocchie, e degli osservatori che aiutino il discernimento; a livello regionale dando autorevolezza alle delegazioni regionali; a livello nazionale dando respiro alle novità strutturali dette sopra, e in tutti gli ambiti alzando il livello della testimonianza evangelica, coinvolgendo Chiese locali e particolari, Associazioni di volontariato, istituzioni locali e centrali sempre nel rispetto delle distinzioni di responsabilità, che ci consentono di custodire la nostra originalità e la nostra vocazione. Non in termini di supplenza, ma di sussidiarietà, attraverso una presenza che sa essere profezia rivolgendosi ai bisogni emergenti e più scoperti; privilegiando servizi personalizzati; rafforzando la dimensione preventiva e di conoscenza dei diritti; aiutando le persone ad aiutarsi e ad essere protagoniste…

… In fondo quando Papa Francesco parla di misericordia, quando dice di combattere il male con il bene, quando dice di uscire fuori verso tutte le periferie, ci invita ad essere radicati nella Chiesa secondo la logica di comunione, per costituire per il mondo, per tutto il mondo, per tutti nel mondo quella luce, quel faro, quel luogo di accoglienza e di fraternità che può essere speranza in tempi di chiusura vicendevole, che può coniugare amore e verità, che può orientare la libertà responsabile verso destini di giustizia e di solidarietà verso gli altri, che è il presupposto per aprirsi verso i poveri, gli ultimi, gli emarginati…».

Da queste parole si possono cogliere spunti significativi di riflessione per il lavoro che quotidianamente tutti noi svolgiamo anche nella nostra Diocesi. Nell’ambito dell’intero convegno sono ovviamente stati sottolineati altri temi che meriterebbero ulteriori approfondimenti. Mi permetto brevemente di sintetizzare alcune indicazioni e sollecitazioni che mi hanno particolarmente colpito.

La fede non è disincarnata dalla realtà della vita sia personale sia comunitaria. La fede è concretezza e si rende operosa per mezzo della carità (a questo proposito è bene tenere presente la lettera apostolica in forma di Motu Proprio di Benedetto XVI sul servizio della carità pubblicata l’11 novembre 2012, che contiene diversi elementi di grande importanza su cui è necessario che tutti, vescovi, preti, religiosi e laici abbiano a soffermarsi).

Vivere la carità cristiana non significa ridurla a una serie di azioni a favore delle persone bisognose, bensì è rendere viva la Parola e rendere presente l’Eucaristia in ogni luogo e in ogni realtà.

Una carità vera si concretizza mettendo al centro la dignità della persona, aiutandola nel concreto, ma soprattutto sapendola ascoltare.

Dobbiamo recuperare il senso giusto della povertà e la sua vera dimensione sociale: oggi leghiamo il concetto di povertà alla grave emarginazione, ma sappiamo benissimo che il disagio è crescente ed è “trasversale”, cioè tocca tantissime persone (magari che vivono accanto a noi, nella stessa casa, sul lavoro, eccetera) e non può non essere colto e coinvolgerci direttamente. Insomma, non solo va combattuta la povertà materiale, ma soprattutto quella relazionale e, di conseguenza, quella morale.

Una sana relazionalità tra gli uomini (giovani e adulti, italiani e immigrati…) nasce e prospera se recuperiamo una profonda e filiale relazionalità con Dio attraverso l’ascolto della Parola e vivendo l’Eucaristia.

Roberto Bernasconi, direttore Caritas diocesana di Como