Diario dalla Rotta Balcanica/3: Dilemmi d’autunno al campo di Lipa

20 settembre – Da fine giugno 2021 Tommaso Siviero, giovane originario della provincia di Como, ha iniziato i suoi 12 mesi di servizio civile internazionale con Ipsia (ONG delle Acli) a Bihac, in Bosnia. Tommaso, insieme alla referente Silvia Maraone e a quattro ragazze in servizio civile come lui, collaborerà ai progetti a favore dei migranti proposti in loco da Ipsia e dalla rete Caritas. Iniziative rese possibili anche grazie al contributo della CARITAS DIOCESANA DI COMO (per saperne di più CLICCA QUI). Il giovane, che da tempo collabora con il Settimanale della Diocesi di Como, ha iniziato una rubrica mensile in cui racconterà il suo viaggio. Questa è la terza puntata.

Lo scorso 6 settembre avrebbe dovuto aprire il nuovo campo di Lipa, il numero 3. Quello dove lavoro ora, impegnato nel mio anno di servizio civile con Ipsia, è stato ricostruito dopo che il primo campo è stato distrutto in un incendio il 23 dicembre 2020. IOM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, un’agenzia dell’ONU), che fino ad allora lo gestiva, aveva deciso di ritirarsi dalla gestione e chiudere il campo: erano in corso le procedure di evacuazione quando il fuoco ha iniziato a divampare per poi mangiarsi tutte le tende e le strutture del campo. Non si è mai saputo esattamente cosa ha causato l’incendio – forse una protesta da parte di chi si trovava ancora una volta sballottato qua e là, forse solo il caos dell’evacuazione. Fatto sta che la struttura è stata bruciata completamente al suolo, dalle foto rimanevano solo i pali in ferro che sostenevano le tensostrutture.

L’apertura del nuovo campo di Lipa è stata rimandata a data da destinarsi. In questi mesi abbiamo visto l’installazione dei container dove dormiranno gli ospiti, abbiamo guardato mentre si allungavano giorno per giorno le recinzioni del campo e si alzava l’enorme tensostruttura riscaldata che ospiterà i social cafè di Lipa. La costruzione è quasi terminata, mancano solo gli allacciamenti dell’acqua e dell’elettricità, che potrebbero prendere ancora qualche tempo. Aspettiamo giorno per giorno di ricevere notizie per iniziare ad immaginare nuove attività nel campo, e ancora più di noi aspettano i ragazzi e gli uomini che vivono a Lipa, speranzosi che le condizioni di vita siano migliori di quelle attuali.

Mi mette in difficoltà l’apertura di questo nuovo campo. Da una parte vedo le speranze di chi dovrà viverci e spero anche io che passare da tendoni militari a container e tensostrutture porti a migliori condizioni: gli standard di vita nel campo attuale, tra condizioni igieniche e ambientali, sono incredibilmente bassi. Dall’altra Lipa 3 sarà un campo difficile. Arriverà a contenere 1500 persone – 1000 single man, 200 minori non accompagnati e il resto famiglie – che vivranno insieme, divisi in tre sezioni teoricamente non comunicanti del campo. Relegare insieme questi tre gruppi non è mai una grande idea: donne e bambini sono esposti a rischi e violenze maggiori e non è possibile, e probabilmente nemmeno raccomandabile per la già precaria salute mentale dei migranti, garantire sorveglianza ovunque e in ogni momento.

Il secondo problema è che la direzione presa dal governo cantonale sembra quella di voler relegare tutti i migranti a Lipa, dove i 26 km di distanza dal centro di Bihać e il divieto di prendere mezzi pubblici si tradurranno un completo isolamento degli ospiti. Ogni giorno incontriamo ragazzi che scendono a piedi dal campo verso la città, camminano a lato della strada mentre noi gli sfrecciamo a fianco in macchina. Si fanno quattro, cinque ore di cammino per arrivare in città per qualche acquisto o per partire per il game. Isolare le famiglie e i minori a cinque ore a piedi dal centro significa rinchiuderli lì senza possibilità di movimento. Girano voci che i pochi campi più centrali che rimangono verranno chiusi e chi ci vive sarà trasferito nel nuovo Lipa Provisional Camp. Si dice anche che la capienza del campo sarà raddoppiata, magari con un secondo piano di container, e negli ultimi giorni sono aumentati gli sgomberi dei campi informali e delle case occupate. Lontano dagli occhi…

Sta arrivando l’inverno. Le temperature stanno scendendo, ieri sera mentre tornavamo dal weekend al mare in Croazia il termometro della macchina segnava 10 gradi, la settimana scorsa di notte si è arrivati a 6 gradi. Un campo in più, se non verranno chiusi subito gli altri, vuol dire meno persone nei campi informali tra i boschi, all’aperto, lasciate a loro stesse. D’altra parte, è sempre il solito modo di voler gestire la grossa questione dell’immigrazione, uguale a qualsiasi latitudine e longitudine europea: non affrontarlo come un problema di politiche sociali, ma di ordine pubblico. Law and order, da sceriffi col pugno di ferro. Ti diamo un posto dove stare, ma devi rimanere lì, non andartene in giro a piacimento a disturbare i nostri, a fare i tuoi comodi.

E quindi? Non lo so ed è difficile arrivarne ad una. La realtà è che per me sono riflessioni buttate lì, ci penso e continua tutto come prima. Per chi incontriamo ogni giorno sul lavoro sono questioni di quotidianità e sopravvivenza, ben più urgenti di qualche remora morale. La realtà è che continueremo a fare il possibile, del poco che ci è permesso, per provare ad allievare le sofferenze del viaggio. Che sarà breve, Insh’Allah (se Dio vuole, come dicono tutti i ragazzi).

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