Diario dalla Rotta Balcanica/2: “I go to game”, i rischi del cammino

5 agosto 2021 – Da fine giugno Tommaso Siviero, giovane originario della provincia di Como, ha iniziato i suoi 12 mesi di servizio civile internazionale con Ipsia (ONG delle Acli) a Bihac, in Bosnia. Tommaso, insieme alla referente Silvia Maraone e a quattro ragazze in servizio civile come lui, collaborerà ai progetti a favore dei migranti proposti in loco da Ipsia e dalla rete Caritas. Iniziative rese possibili anche grazie al contributo della CARITAS DIOCESANA DI COMO (per saperne di più CLICCA QUI). Il giovane, che da tempo collabora con il Settimanale della Diocesi di Como, ha iniziato una rubrica mensile in cui racconterà il suo viaggio. Questa è la seconda puntata.

Tommaso Siviero

5 agosto 2021 – M. è stato uno dei tanti che un giorno è venuto a salutarci: “I go to game”. Lo chiamano così, lungo la Rotta Balcanica, l’attraversare i confini della Fortezza Europa. Lo chiamano game per esorcizzarlo perché, a guardare davvero in faccia quello che aspetta loro sulla strada, nessuno partirebbe. O forse si, a pensarci bene: arrivato in Bosnia non hai molto da perdere e tornare indietro non è un’opzione. Da Bihac provi ad entrare in Europa, passando il confine con la Croazia, e poi in Schengen, entrando in Slovenia. Se poi va tutto bene arrivi a Trieste e lì finalmente puoi riposarti un attimo prima di iniziare a litigare con le carte ed i permessi per il soggiorno o l’asilo. Non sempre, in realtà: c’è ancora chi ci racconta di essere stato riammesso in Slovenia dalla polizia italiana dopo aver raggiunto Trieste, nonostante lordinanza del Tribunale di Roma del gennaio 2021 che ha sancito l’illegittimità dei “respingimenti informali”.

Distribuzione di generi per l’igiene al campo di Lipa

Siamo ormai abituati al fatto che, di tutta la gente che ci saluta, la maggior parte la rivedremo nuovamente qualche giorno dopo. Di nuovo a Lipa: senza più zaini, vestiti, scarpe, cellulare e soldi, distrutti o requisiti dalla polizia croata, con i segni della violenza sul corpo. Ma può finire molto peggio. Nella notte tra giovedì 29 e venerdì 30 luglio un bambino afghano di 5 anni è morto mentre attraversava la Una, il fiume che scorre dietro casa nostra, il fiume dove facciamo il bagno tutti i giorni quando smontiamo da lavoro. È morto scivolando dalle braccia del padre, mentre la famiglia provava ad entrare in Croazia.

“Molti di questi corpi non saranno mai trovati” dice Simon Campbell ad Al Jazeera in un pezzo del 14 luglio, parlando di chi annega nei fiumi lungo la strada per l’Europa. Campbell fa parte di Border Violence Monitoring Network, un network di associazioni e gruppi attivi a supporto delle persone in transito, che si occupa di monitorare la situazione dei diritti umani e dei respingimenti informali sulla Rotta Balcanica. Non ci sono dati certi sulle morti: “con i mezzi disponibili” spiega “penso potremmo registrare meno della metà delle morti effettive”.

M. per fortuna si è fatto sentire via messenger due settimane dopo la partenza: è arrivato in italia. È stato il primo ragazzo tra quelli che abbiamo conosciuto a farcela. È riuscito ad arrivare a Trieste; lì ha ricevuto soccorso da associazioni locali che prestano cure base e forniscono cibo a chi è riuscito a superare il game. Ma non vuole fermarsi in Italia: M. ha in mente di ripartire presto per provare a raggiungere la Francia e fare richiesta di asilo lì.

Lungo la rotta balcanica sono in viaggio soprattutto pachistani, afghani, iraniani, in misura minore iracheni e indiani. Capita di incontrare anche migranti africani che riescono ad arrivare in Turchia o in altri paesi dell’est per vie aeree e si evitano in questo modo la rotta del Mediterraneo Centrale, che rimane quella più pericolosa. Sono tutte persone in transito, non hanno nessuna intenzione di fermarsi in Bosnia o nei Balcani: puntano all’Italia, alla Francia, alla Germania. Stanno qua il tempo necessario per prepararsi al game, che continuano a riprovare fino a quando ne hanno le possibilità. D’altra parte, anche se volessero fermarsi, dove potrebbero farlo?

La linea politica presa dalla Bosnia e messa in atto dalle autorità locali è quella della chiusura dei campi più piccoli e centrali della zona della Kraijna, dove mi trovo, con l’intento di trasferire tutti nel nuovo campo di Lipa, che vedrà la luce sembra ad inizio settembre, sostituendo il campo temporaneo che da gennaio ad oggi ha ospitato le persone in transito. Spostarli fuori città, bloccarli a Lipa, a 5 ore a piedi dalla città di Bihac e con il divieto di prendere mezzi pubblici, in modo che non arrechino disturbo alla popolazione locale. L’Unione Europea, preoccupata che condizioni migliori di vita possano attirare nuove presenze, non si impegna per garantire standard minimi di accoglienza, ricattando invece i paesi attraversati dai flussi con la vaga promessa che una buona gestione della migrazione – leggasi il fermare più persone possibile – valga loro un posto all’interno dell’Unione o del tratto di Schengen.

Uno scorcio del nuovo campo a Lipa

Mentre sto scrivendo queste ultime righe ci è arrivato il messaggio di un ragazzo pachistano che è finalmente riuscito ad entrare in Italia. Si è affidato ad un trafficante e ha concluso il viaggio passando il confine italiano in macchina. D’altra parte, quando chiudono le frontiere, chi ci guadagna sono solamente i gruppi criminali che riescono ad organizzare servizi di trasporto illegali e a vivere sulla pelle dei migranti e sull’ingenuità di chi crede che si possano fermare le migrazioni.

Per questo ragazzo – come per M. – il viaggio non si è ancora concluso: superate le montagne ad attenderli ci sono giudici che valuteranno se meritano di rimanere in Europa e poi, forse, la sfida di riuscire a trovare un lavoro, condizioni di vita migliori.
A loro vanno oggi tutti i miei migliori auguri.