Diario dalla Rotta Balcanica/1: l’arrivo a Bihac e il dono di Papa Francesco

Da fine giugno Tommaso Siviero, giovane originario della provincia di Como, ha iniziato i suoi 12 mesi di servizio civile internazionale con Ipsia (ONG delle Acli) a Bihac, in Bosnia. Tommaso, insieme alla referente Silvia Maraone e a quattro ragazze in servizio civile come lui, collaborerà ai progetti a favore dei migranti proposti in loco da Ipsia e dalla rete Caritas. Iniziative rese possibili anche grazie al contributo della CARITAS DIOCESANA DI COMO (per saperne di più CLICCA QUI). Il giovane, che da tempo collabora con il Settimanale della Diocesi di Como, ha iniziato una rubrica mensile in cui racconterà il suo viaggio. Questa è la prima puntata.

8 luglio 2021 – Arrivare a Bihać in macchina vuol dire nove ore di viaggio e tre confini: Italia-Slovenia, Slovenia-Croazia, Croazia-Bosnia ed Erzegovina. Con l’ultimo si esce da Schengen, si esce dall’UE, si moltiplicano le code per controllare tamponi, green pass e documenti.
A questa altezza, nel nord-ovest della Bosnia, a metà dell’arco della Croazia, il confine tra i due paesi è attraversato perpendicolarmente dalla catena montuosa della Plješivica. Bihac si trova non troppo lontano dalle sue pendici, l’ultima città prima del confine, dove vivrò per un anno svolgendo il mio servizio civile.

Ho deciso di candidarmi per questa esperienza perché come tempistiche incrociava bene la fine del mio percorso universitario e il mio bisogno di staccare e viaggiare dopo due anni bloccato a Como per la pandemia. Ma soprattutto perché la Bosnia, Bihac in particolare, mi sembra un posto importante dove essere ora, importante da tanti punti di vista: umanitario, politico, professionale.

Qui è dove si giocano le politiche migratorie europee e con esse il futuro dell’UE, qui è dove la retorica dei diritti e della democrazia si scioglie di fronte alla realtà quotidiana di un confine estremamente violento.
Qui, sul confine peggiore della rotta balcanica, non si prova nemmeno a nascondere la violenza: la vedi al primo sguardo. La polizia croata al confine, a pochi metri dalla nostra auto in coda, che parte carica di armi e manganelli a caccia di migranti entrati clandestinamente nel paese. Ragazzi giovani dai tratti mediorientali con uno zaino in spalla che si incamminano risoluti verso i monti. La catena della Plješivica con i suoi folti boschi, interrotti ad un certo punto da una striscia glabra che taglia il rilievo dalle pendici alla cima, gli alberi abbattuti per riuscire ad avvistare con più facilità i gruppi di migranti che provano ad attraversare il confine.

Tutto ti fa intuire la violenza del game al quale sono costretti i migranti nella loro strada verso l’Europa.

IL VIAGGIO VERSO BIHAC
Noi i confini li attraversiamo senza troppi problemi. Siamo partiti da Milano giovedì 24 giugno, la data ufficiale della nostra presa di servizio, accompagnati in un furgone da Silvia Maraone, coordinatrice per Ipsia (ONG promossa dalle Acli) dei progetti di supporto ai migranti lungo la rotta balcanica. Siamo in quattro, Cecilia, Rossana, Bianca ed io, con le valigie cariche di vestiti e il necessario per un soggiorno lungo nei Balcani: caffè, moke, parmigiano. Durante il viaggio Silvia ci racconta, ancora una volta, quello che andremo a fare. Ipsia in Bosnia lavora nei campi per migranti attorno a Bihac, dove si occupa di distribuzione di cibo e materiali per l’igiene, ma soprattutto di allestire e tenere aperti i social cafè. In questi spazi si distribuiscono tè, racchettoni da badminton, palloni per giocare a pallavolo, carte da gioco e giochi da tavolo. “Quello che ci interessa è la relazione, il tè è solo uno strumento” dice Silvia. “Cerchiamo di creare un momento umano e dignitoso in mezzo allo schifo che è la rotta balcanica”.

Al momento l’unico campo dove Ipsia è attiva è quello di Lipa, dove abbiamo iniziato negli ultimi giorni a prestare servizio. Il campo è tristemente famoso per il grosso incendio che lo ha devastato a dicembre 2020 e che, seppure per poco tempo, ha portato la rotta balcanica sulle prime pagine dei giornali italiani. Il campo non è ancora stato ricostruito, chi ci abita al momento vive in tendoni verde militare, caldissimi sotto l’estate bosniaca, freddi d’inverno. Manca l’acqua potabile, i generatori di elettricità vanno e vengono, e solo recentemente Ipsia, grazie alle donazioni di Caritas Ambrosiana e della Caritas diocesana di Como, ha potuto installare delle docce e delle cisterne per aumentare di 7 mila litri la disponibilità di acqua nel campo. Di fronte alle tende si sta procedendo, con la posa dei container, alla costruzione del nuovo campo che sarà invece permanente.

IL DONO DI PAPA FRANCESCO
Qui, lo scorso 1 luglio, abbiamo assistito alla posa della prima pietra da parte di mons. Luigi Pezzuto, nunzio apostolico in Bosnia ed Erzegovina, giunto per portare i saluti e le donazioni private di Papa Francesco, che permetteranno la realizzazione nel nuovo campo di due sale polifunzionali e sale da pranzo per famiglie e minori. Insieme a lui, presenti per la cerimonia, c’erano il portavoce del Ministero della Sicurezza bosniaco, rappresentanti del Comune di Bihac, l’arcivescovo di Banja Luka, e i rappresentanti locali di IOM (Organizzazione Mondiale per le Migrazioni).

Si sono spese tante parole sui diritti e la dignità, tante promesse di collaborazione tra le autorità locali e nazionali e le organizzazioni umanitarie. Alle spalle della cerimonia alcuni ragazzi facevano gli acquisti nel game shop del campo, il negozio dove comprare scorte di cibo e attrezzatura per il viaggio verso l’Europa. Ci sono tre confini da attraversare, più o meno nove ore di macchina. Dalle due alle tre settimane a piedi, nascondendosi nei boschi, sperando di non essere ricacciati indietro e di non morire di confine.