Editoriale del direttore - 06 marzo 2020

Coronavirus, le virtù cristiane contro il contagio della supponenza

6 marzo 2020 – In questi giorni di forzata semichiusura di tutte le nostre attività si ha tempo per una riflessione sulla nostra vita sia personale sia comunitaria, sulla nostra società così tecnologica ed efficiente che, a causa di un virus, si ritrova smarrita e impreparata ad affrontare l’imponderabile che non fa parte delle previsioni e dei progetti che l’economia globale ci ha imposti come unico strumento di governo della società.

Oggi ci troviamo, nostro malgrado, quantomeno a riflettere sull’inconsistenza degli obiettivi di crescita e di benessere che la società del consumo si è data e che si stanno sfaldando come neve al sole di fronte a un’emergenza sanitaria che stiamo affrontando, almeno in questa fase, ancora divisi. Affrontiamo, infatti, questa situazione creando ghetti virtuali tra nazione e nazione, tra parti del nostro Paese, tra ceti sociali, sperando che questo possa salvare non tanto vite umane, ma il benessere individuale.

In questa divisione anche noi credenti praticanti (comunità apostolica) siamo in prima linea, perché ci riteniamo, a causa della fede che diciamo di professare, un po’ sopra le parti e nel nostro intimo ci affidiamo alla clemenza di un Dio che non ci può abbandonare e che comunque ha la facoltà di salvare dal contagio chi gli è  fedele (vi invito a fare un giro sui social dove questa tesi sta ormai spopolando).
Ho l’impressione, invece, che noi rischiamo concretamente il contagio del virus della supponenza, che ci fa affrontare questa fase della vita del nostro Paese come se noi non fossimo cittadini al pari degli altri; e allora, per esempio, alcuni di noi si scandalizzano per le Messe che non si possono celebrare in modo pubblico e in alcuni casi si avocano il diritto di non attenersi alle indicazioni che i nostri Vescovi ci hanno dato, e tranquillamente si incontrano in comunità a celebrare – se mi posso permettere – un rito vuoto perché da dono agli uomini queste Messe diventano ulteriore motivo di divisione.

Credo allora che, prima di tutto, sia necessario che le Comunità cristiane debbano darsi degli obiettivi comuni (bene comune) partendo da un confronto onesto tra i vari punti di vista, confronto vissuto con chiarezza, in cui si abbia il coraggio di raccontarsi emozioni, bisogni, paure, aspirazioni, prospettive.
Questo permetterà di costruire delle azioni condivise che possano costruire e far vivere in modo concreto il bene comune.

Questo confronto ci aiuta sicuramente a saper superare i personalismi, gli egoismi e noi Comunità cristiana possiamo mettere in campo tante ricchezze che stiamo ricevendo in modo anonimo e gratuito dalle tante persone che ci avvicinano e che ci donano la loro esperienza di vita.

Vi porto alcuni esempi di queste ricchezze nascoste.

La Pazienza che ci è donata da tutte quelle persone che nelle nostre città vivono la dimensione della strada e che paradossalmente sono state quelle che a oggi hanno subito più danni da queste restrizioni.

La Solitudine che ci è donata da tante persone anziane e ammalate che rischiano ancor più di restare emarginate, perché l’attenzione massima oggi è indirizzata verso la lotta a questa pandemia.

La Ferialità che ci è donata da tante famiglie, che oltre alle fatiche normali di far coniugare lavoro e vita di famiglia, si ritrovano a dover rivoluzionare la propria giornata per affrontare in modo costruttivo questa emergenza.

La Povertà che ci è donata dalle tante persone che hanno il coraggio di vivere la loro vita non basandosi sulle cose e sulle qualità che possiedono, ma sulla condivisione di tutto quello che sono e che possiedono con gli altri.

La Gioia che ci è donata da tante persone che anche in questi momenti faticosi trovano energie e tempo di trasmettere agli altri la bellezza di vivere.

La Speranza che ci è donata dalle persone consacrate che ci sostengono ancora di più con la loro preghiera incessante e fiduciosa in un Dio che ci è Padre amoroso.

Sono certo che se attingiamo a questo tesoro la nostra vita personale e comunitaria supererà la paura, oltre che del Coronavirus, di tutti i virus esistenziali che ci attanagliano e potrà diventare strumento vero per trasmettere l’amore di Dio per tutta l’umanità.

                                                                                          Roberto Bernasconi,
                                                                                          direttore della Caritas diocesana di Como

 

VAI ALL’ARCHIVIO DELLE NOTIZIE SULL’EMERGENZA CORONAVIRUS