Rotta Balcanica: report della missione Caritas Como in Bosnia del febbraio 2020

Dal 10 al 13 febbraio 2020 la Caritas diocesana di Como ha svolto una missione in Bosnia per un aggiornamento sui progetti sostenuti lungo la Balkan Route da Caritas e IPSIA.

Insieme a me c’erano Sergio Malacrida, responsabile progetti Europa non UE di Caritas Ambrosiana e Silvia Maraone, referente di IPSIA per i progetti IPSIA-Caritas lungo la rotta dei Balcani, in Bosnia e in Serbia. L’ultima visita in Bosnia da parte di Caritas Como risale a un anno fa, febbraio 2019. Complessivamente la situazione non è molto diversa, almeno dal punto di vista della gestione istituzionale del grande flusso migratorio in risalita lungo i Balcani che si imbottiglia proprio a Bihac e dintorni, nel Cantone di Una Sana in Bosnia.

In città abbiamo visitato il Bira Camp, dove la situazione è sempre emergenziale e al momento della nostra presenza erano ospiti del campo circa 2.000 persone a fronte di una capienza di circa 1.500 posti (chi non trova posto nei containers si deve arrangiare con tendine da campeggio poggiate sul pavimento). Per dare un’idea delle condizioni: alle 17 c’è ancora coda per entrare in mensa per il pranzo così che molti si limitano a un pasto al giorno, i propri vestiti si riescono a lavare circa una volta al mese al servizio lavanderia gestito da Caritas Banja Luka e IOM dentro il campo.

Oltre al Bira abbiamo visitato l’Hotel Sedra, fuori città, vicino alla cittadina di Cazin, dove a febbraio c’erano 370 ospiti a fronte di una capacità di 420 letti. Un ex hotel con molte esigenze di manutenzione, lungo il fiume, che almeno in apparenza ha un aspetto più umano e una gestione più attenta ai bisogni di famiglie e bambini. A gran voce i gestori chiedono che anche lì venga aperto un Social Café (spazio di aggegazione) come al Bira da parte di Caritas e IPSIA. A Bihac c’è inoltre un altro campo, il Borici, che questa volta non abbiamo visitato ma che avevamo già conosciuto un anno fa, dove al momento sono ospitate circa 280 persone. Mentre al Bira la maggior parte degli ospiti sono uomini soli provenienti da Pakistan e Afghanistan, seguiti da un alto numero di minori non accompagnati, al Sedra sono ospitate prevalentemente famiglie con bambini e minori non accompagnati da Afghanistan, Iraq, Iran, Siria ma anche dal Nepal, dall’India e da altri Paesi. Al momento della nostra visita al Sedra si contavano 176 bambini su 370 ospiti.

I PROGETTI ATTIVI

I progetti di Caritas e IPSIA, che ruotano intorno alle attività del Social Café presso il Bira Camp proseguono senza sosta grazie al lavoro di un operatore di IPSIA Bosnia, di due giovani in servizio civile (in scadenza a breve) e di alcuni volontari di medio periodo provenienti da diversi paesi (Portogallo, Regno Unito, USA…) che si avvicendano ogni giorno per portare un po’ di conforto e di umanità in un luogo che tanto somiglia a un girone infernale. Le attività realizzate, di tipo laboratoriale e di animazione, riscuotono un notevole successo in termini di partecipazione e di condivisione da parte degli ospiti del campo. Abbiamo trascorso alcune ore dentro il Bira potendo parlare con alcuni ospiti e rendendoci meglio conto della situazione che stanno vivendo. Le storie da raccontare sono tante e tutte terribili.

Ragazzi poco più che bambini e giovani uomini ogni notte partono per le montagne “armati” di zaino e sacco a pelo, grazie anche al tempo clemente di questo inverno balcanico stranamente mite. Quasi tutti tornano indietro, perché al Game (il “gioco”, come è definito ormai ufficialmente il tentativo di passare la frontiera con la Croazia e così entrare in Europa verso nuove mete più “occidentali”) non si vince praticamente mai la prima volta. C’è chi ci ha provato anche venti volte, perché non ha più soldi per pagare i passatori, con i quali ci sono più possibilità di farcela (5000 euro e sei a Trieste, in auto; con 2000 euro puoi provare a farti portare a Zagabria e con 800 euro provi a entrare in Croazia a piedi attraverso i boschi, con un passatore, ovviamente). Senza soldi restano i piedi martoriati dai chilometri di strada, le attese nascosti nei boschi, bimbi al seguito, i guadi nei fiumi gelidi.

Balkan Route: opportunità di volontariato internazionale per giovani in Bosnia

Vi ricordiamo che è sempre possibile sostenere economicamente i progetti Caritas lungo la Balkan Route 

Per inviare offerte alla Caritas Diocesana di Como
CAUSALE “PROGETTO BALKAN ROUTE”:

  • versamento con bollettino postale nr. 20064226intestato Caritas Diocesana di Como – Viale Battisti 8 – 22100 Como
  • bonifico su c/c postale – IBAN: IT 73 T 076 0110 9000 0002 0064 226intestato Caritas Diocesana di Como – viale Battisti 8 – 22100 Como
  • Credito Valtellinese – IBAN: IT 95 F 05216 10900 0000 0000 5000intestato Caritas Diocesana di Como – viale Battisti 8 – 22100 Como

 

NUMERI NON PERSONE

I. avrà 20 anni, felpa verde e sorriso aperto, ci racconta di quando è stato preso dalla polizia croata e buttato nel fiume, per punizione. Ma ci riproverà. I. , poco più grande di lui, ci racconta che è già andato al “game” diverse volte e che si sta organizzando perchè dopo due giorni ci proverà di nuovo. S., giovane viso scavato e provato da anni di inferno per scappare dalla Siria, lui già profugo palestinese, ci ha provato nonostante una brutta lesione al tendine di Achille che lo ha immobilizzato e ora lo costringe a muoversi solo con le stampelle. «Per fortuna – mi dice con un sorriso amaro – quando mi hanno respinto non mi hanno tolto le scarpe (come la polizia croata fa con molti migranti nel respingerli in Bosnia ndr) perché se no non sarei più riuscito a fare un passo per tornare qui». Qualche giorno dopo per caso Facebook mi suggerisce la sua amicizia, stento a riconoscerlo, in una foto di qualche tempo prima. Era un bel ragazzo S., ora sembra appena uscito da un campo di concentramento.

E forse è quello a cui somigliano campi come il Bira. Grandi campi di concentramento ai confini di un’Europa che non vuole guardare in faccia la realtà e che lascia che alle frontiere esterne si faccia il lavoro sporco di tenere segregati appena fuori dai confini giovani uomini, famiglie e bambini con l’unica colpa di essere riusciti a sopravvivere fino a lì. Dal Pakistan, dall’Afghanistan, dall’Iran, dalla Siria ma anche da alcuni paesi dell’Africa settentrionale come l’Egitto. Persone la cui dignità e il cui progetto di vita è sospeso in attesa di tempi migliori, lasciando che l’infanzia e la gioventù trascorrano in un campo profughi in un Paese che, dopo 25 anni dalla fine della guerra, non si è ancora ripreso e chissà se mai si riprenderà. Campi gestiti dall’ONU attraverso l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, con i fondi dell’Unione Europea. Per provvedere a un tetto, un pasto e quasi nulla più. Numeri, non persone.

Caritas e IPSIA cercano invece di far sì che chi si trova suo malgrado in questo limbo possa ancora riconoscersi e sentirsi persona, con un futuro davanti, per quanto incerto, e il diritto di desiderare una situazione migliore per sé e i propri cari rispetto a quella da cui si è scappati. Indietro non si può più tornare.

E nei prossimi mesi in tanti verranno avanti, quando la Turchia li lascerà transitare in massa, se non annegheranno nell’Egeo, se sopravviveranno alle feroci condizioni dei campi profughi in Grecia (altro vergognoso capitolo europeo).

ANNA MERLO
referente area internazionale Caritas diocesana di Como

Silvia Maraone (Ipsia-Caritas) con Anna Merlo (referente area internazionale della Caritas di Como)